mercoledì 7 ottobre 2015

197. Tempo: 9.192.631.770

                                                                                  Noodles, cos'hai fatto in tutti questi anni?
                                                                                   Sono andato a letto presto.
                                                                                                       C’era una volta in America
 

Si racconta che in una delle loro passeggiate quotidiane verso il 112 di Mercer Street a Princeton, Albert Einstein abbia rivolto al matematico Kurt Gödel la seguente domanda: dove va il tempo che passa?
 




Einstein lo conosciamo tutti, ma forse Kurt Gödel (1906–1978) matematico, logico e filosofo austriaco, è sicuramente conosciuto negli ambienti scientifici ed esiste molta divulgazione sul suo conto, ma probabilmente non tutti hanno sentito parlare dei suoi fondamentali lavori.

 
Gödel ha pubblicato il suo più famoso risultato nel 1931, all'età di venticinque anni, quando lavorava presso l'Università di Vienna. Tale lavoro conteneva i famosi due Teoremi di incompletezza che da lui prendono il nome, secondo i quali:
 
ogni sistema assiomatico consistente in grado di descrivere l'aritmetica dei numeri interi è dotato di proposizioni che non possono essere dimostrate né confutate sulla base degli assiomi di partenza.
 
Vediamo se riesco a spiegarlo in parole più semplici.
 
All’inizio del secolo scorso l’insigne matematico tedesco David Hilbert era turbato dalla seguente questione: è possibile dimostrare rigorosamente che il sistema definito nei Principia Mathematica da Alfred North Whitehead e Bertrand Russell è coerente (non contraddittorio) e completo (tale cioè che ogni enunciato vero dell’aritmetica potesse essere derivato all’interno della struttura predisposta nei Principia Mathematica)?
Ebbene, l’articolo di Gödel demolì completamente il programma di Hilbert.
Quell’articolo non solo rivelò la presenza di “buchi” nel sistema assiomatico della matematica, ma mise in evidenza l’impossibilità che esistesse un qualunque sistema assiomatico in grado di produrre tutte le verità aritmetiche, a meno che il sistema in questione non fosse incoerente. Inoltre Gödel dimostrò che la coerenza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata.
 
Sono molti i lavori che meriterebbero di essere citati come quello sull'ipotesi del continuo, dove dimostrava che essa non può essere confutata dagli assiomi della teoria degli insiemi accettata, assumendo che tali assiomi siano consistenti, o una soluzione esatta delle equazioni di campo di Einstein che prevede l'esistenza di curve chiuse di tipo tempo, che permetterebbero una forma di viaggio nel tempo.
 

Per parlare di tempo (o spazio-tempo) credo sia utile riportare alcune considerazioni di Richard Feynman:

<< Consideriamo in primo luogo ciò che intendiamo per tempo. Che cos’è il tempo? Sarebbe bello se riuscissimo a trovare una buona definizione di tempo. Il dizionario Webster definisce "un intervallo di tempo" come "un periodo", e “un periodo” come "un intervallo di tempo", che non sembra essere molto utile.
Forse dovremmo dire: "Il tempo è ciò che accade quando non succede nient'altro."
Il che, inoltre, non ci porta molto lontano. Forse è un bene se ci troviamo di fronte al fatto che il tempo è una delle cose che probabilmente non si può definire (nel senso del dizionario), e basta dire che si tratta di ciò che già sappiamo è: quanto tempo aspettiamo!
Quello che conta in ogni caso non è il modo in cui definiamo il tempo, ma il modo in cui lo misuriamo. Un modo per misurare il tempo è di utilizzare qualcosa che avviene ripetutamente in modo regolare, qualcosa che sia periodico. Ad esempio, un giorno.
Un giorno sembra accadere più e più volte. Ma quando si inizia a pensare a questo proposito, ci si potrebbe anche chiedere: "I giorni sono periodici e sono regolari? Sono tutti della stessa lunghezza?" Si ha certamente l'impressione che i giorni in estate siano più lunghi di quelli in inverno. Naturalmente, alcuni dei giorni d'inverno sembrano terribilmente lunghi se uno è molto annoiato. Avrete certamente sentito qualcuno dire: "Oh, questa è stata una giornata incredibilmente lunga!"
Sembra tuttavia che i giorni siano circa della stessa durata media.
C'è un modo per verificare se i giorni sono della stessa durata, sia da un giorno all'altro, o almeno in media? Un modo è quello di fare un confronto con un altro fenomeno periodico.
Vediamo come tale confronto può essere fatto con una clessidra.
Con una clessidra, siamo in grado di "creare" un evento periodico se abbiamo qualcuno sveglio giorno e notte per capovolgerla ogni volta che l'ultimo granello di sabbia si esaurisce.

Quindi potremmo contare quante volte sia stata capovolta la clessidra da una mattina all'altra. Avremmo così trovato, che il numero di "ore" (cioè, di volte che dobbiamo capovolgere la clessidra) non era lo stesso ogni "giorno". Dobbiamo diffidare del Sole, della clessidra o di entrambi. Dopo qualche ragionamento, potremmo decidere di contare le "ore" da mezzogiorno a mezzogiorno. (Mezzogiorno è qui definito non come le 12:00, ma come l'istante in cui il Sole è al suo punto più alto). Questa volta, il numero di "ore" ogni giorno sarebbe lo stesso.

Ora siamo confidenti che sia la "ora" che il "giorno" hanno una periodicità regolare, vale a dire, segnano uguali intervalli di tempo successivi, anche se non abbiamo dimostrato che uno dei due è "realmente" periodico. Qualcuno potrebbe chiedersi se ci sia un essere onnipotente che rallenta il flusso di sabbia ogni sera, per poi accelerarlo durante il giorno. Il nostro esperimento, naturalmente, non dà una risposta a questo tipo di domanda. Tutto quello che possiamo dire è che troviamo che un certo tipo di regolarità combacia con una regolarità di un altro genere. Possiamo solo dire che noi basiamo la nostra definizione di tempo sulla ripetizione di un evento apparentemente periodica. >>
                                                          da La Fisica di Feynman, vol. I-1, cap. 5-2, 1994, p. 5-2


Con la frase: “Il tempo è ciò che accade quando non accade nient'altro”, Feynman fa quasi sicuramente riferimento alla Teoria della Relatività.



 

Agostino d’Ippona in merito al Tempo commentava: “Se non ci penso so cos'è, se qualcuno me lo chiede non lo so più”.

Va bene. Non sappiamo bene cosa sia il Tempo, ma, e questo è sorprendente, sappiamo come misurarlo in modo eccezionalmente preciso.
Hans Reichenbach affronta così le tematiche riguardanti l’argomento.
Tempo e Spazio possono essere considerati come schemi di ordinamento, ma il primo è più semplice perché ha una sola dimensione.
Inoltre il Tempo, considerato da solo, non presenta problemi analoghi alla geometria non-euclidea. In una dimensione è impossibile distinguere tra rettilineo e curvo.
Una linea curva può avere una curvatura esterna, ma mai una interna, in quanto può sempre venire “raddrizzata” senza una deformazione dei suoi elementi più piccoli.
Abbiamo due tipi fondamentali di misura del tempo: il primo consiste nel contare processi periodici, mentre il secondo nel misurare distanze spaziali.

Gli strumenti per la misura del tempo sono dotati di due meccanismi:

-       il primo che effettua un moto periodico;
-       l’altro che conta il numero dei periodi eseguiti dal primo.

L’orologio più importante per la misura del tempo è costituito dalla Terra (o se si vuole dal Sole, dalla Luna e dalle stelle). Come tutti gli orologi, richiede qualche correzione. Il disturbo principale deriva dagli effetti gravitazionali di Luna e Sole; questi agiscono come “freni”, con il risultato finale di una situazione come quella della Luna, per la quale il periodo di rotazione è uguale a quello della rivoluzione orbitale (in altre parole, dalla Terra, vediamo sempre la stessa faccia della Luna).

Che cosa costituisca una rotazione completa della Terra, è definibile solo in relazione a qualche punto di riferimento; di qui la differenza fra giorno stellare e giorno solare. Quest’ultimo è 4 minuti più lungo.
Se la Terra fosse sola nell’Universo, sarebbe inutile come orologio.

Oltre alla clessidra, altri orologi sono, ad esempio, il pendolo, l’orologio a bilanciere, quello al quarzo ed infine quello atomico.
Clessidra e pendolo necessitano dell’attrazione gravitazionale (o di qualcosa di simile, come un sistema in rotazione). Inoltre un orologio a pendolo varia il periodo delle sue oscillazioni al variare della latitudine.

Per gli altri orologi riportati sopra la gravitazione non ha alcun effetto e funzionano anche nello spazio interstellare. Le forze elastiche, e quindi gli orologi a bilanciere, presentano leggere fluttuazioni, ossia il sistema non è rigorosamente periodico. Questo li rende meno precisi degli orologi a pendolo.

Gli orologi atomici a maser utilizzano una cavità risonante contenente un gas ionizzato. Solitamente è usato il Cesio perché questo è alla base della definizione del secondo come 9.192.631.770 cicli della radiazione corrispondente alla transizione tra due specifici livelli energetici dello stato fondamentale dell'atomo di questo elemento.
Per contare il numero di periodi si possono usare lancette che al compimento di ogni giro indicano il passare dei minuti, delle ore o delle mezze giornate.

Questo scenario si complica ulteriormente se passiamo alla Teoria della Relatività, non solo per tutti gli effetti dovuti a sistemi di riferimento in moto reciproco, o al rallentamento degli orologi in presenza di campi gravitazionali, ma più semplicemente per il fatto che (come visto in un precedente post 143. Curvatura e Gravitazione) la punta della lancetta dei minuti di un orologio da polso, in 4 dimensioni, non descrive una semplice circonferenza, ma una spirale molto allungata; il passo di questa spirale è 300.000 x 60 x 60 = 1.080.000.000 km.
Per cui quello che sembra una ciclica monotona sequenza della rotazione delle lancette, è invece qualcosa di molto più “complesso” (in tutti i sensi).
Alla domanda su dove vada il tempo che passa, credo comunque che nessuno sia ancora in grado di fornire una risposta.

       Deborah:    Hai aspettato molto?
       Noodles:     Tutta la vita.
            C’era una volta in America


Note ed approfondimenti

C’era una volta in America (1984), regia di Sergio Leone, è il terzo capitolo della cosiddetta trilogia del tempo, preceduto da C'era una volta il West (1968) e Giù la testa (1971). A mio parere è un film che prima o poi si deve vedere, magari più volte, perché ogni volta si scopre qualche cosa di nuovo.
Tratta delle vicissitudini del criminale David "Noodles" Aaronson e dei suoi amici nell'ambiente della malavita organizzata di New York. Le tre fasi della vita del protagonista, adolescenza nel 1920, età adulta negli anni ‘30 e vecchiaia nel 1968, si alternano per una decina di volte. Oltre Noodles (interpretato da Robert De Niro) i personaggi citati sono: "Fat" Moe Gelly che Noodles ritrova dopo 35 anni e alla domanda di Moe: “cos'hai fatto in tutti questi anni”? Noodles risponde: “Sono andato a letto presto”, citando il famosissimo incipit di Alla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust: “Per molto tempo sono andato a letto presto”.
L’altra citazione riguarda una conversazione tra Noodles e Deborah (sorella di Moe), che per tutto il film hanno una mai finalizzata reciproca attrazione.
 

Ultimamente sono stati dedicati diversi libri a Kurt Gödel, uno che consiglio è:



 

I Principia Mathematica sono un'opera sui fondamenti logici della matematica scritta a quattro mani da Alfred North Whitehead e Bertrand Russell. Rappresentano un importante tentativo di sistematizzazione delle basi della matematica partendo da un insieme definito di assiomi e di regole logiche.
 

Hans Reichenbach è stato un filosofo della scienza tedesco, che ha dato importanti contributi all’interpretazione filosofica della teoria della relatività, della meccanica quantistica e della termodinamica. Nel post vengono riportate alcune considerazioni prese da:

 

 

Altri due libri consultati, che non necessitano di ulteriori spiegazioni, sono:

Richard Feynman, La fisica di Feynman, Zanichelli

Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante, Adelphi

 

Riporto infine un chiarimento tratto da Wikipedia sulla Curvatura intrinseca ed estrinseca.

Si distinguono due tipi essenziali di curvatura:

  • curvatura estrinseca: è la curvatura posseduta dall'oggetto in relazione ad uno spazio piatto di dimensione superiore in cui è immerso e determinabile solo confrontando elementi dell'oggetto in relazione ad elementi dello spazio contenitore;
  • curvatura intrinseca: è la curvatura determinabile utilizzando solo operazioni eseguite su elementi dell'oggetto medesimo.
Un esempio di curvatura estrinseca è quella di una superficie cilindrica nello spazio tridimensionale: le linee tracciate sul cilindro sono curve se confrontate con le rette dello spazio in cui il cilindro è immerso. La geometria intrinseca del cilindro è invece piatta, in quanto su di essa valgono tutti gli assiomi del piano euclideo.

Una sfera ha invece una curvatura intrinseca, determinabile rimanendo all'interno della superficie stessa: sulla Terra, un percorso che parte dal polo nord scendendo lungo un meridiano, ruota ad angolo retto lungo un parallelo e nuovamente ad angolo retto lungo un altro meridiano, ritorna al punto di partenza. Un percorso analogo eseguito su un piano non ripassa mai per lo stesso punto.



http://zibalsc.blogspot.fr/2011/01/17-lipotesi-del-continuo.html
http://zibalsc.blogspot.it/2014/03/143-curvatura-e-gravitazione.html
http://zibalsc.blogspot.it/2014/11/166-la-formula-piu-bella.html
http://zibalsc.blogspot.it/2015/07/191-la-curvatura-degli-ombrelloni.html
 

 

giovedì 10 settembre 2015

196. Inganni

Neil Sloane iniziò a raccogliere successioni di interi da studente nella metà degli anni sessanta.

Nel ‘73 e nel ‘95 pubblicò le successioni più interessanti in due libri:

A Handbook of Integer Sequences             (1973, contenente 2400 successioni),
The Encyclopedia of Integer Sequences    (1995, contenente 5487 successioni).

Al raggiungimento delle 16.000 successioni Sloane rese disponibile la raccolta on-line; in un primo momento (1995) come servizio e-mail e poco dopo (1996) come servizio Web.

La On-Line Encyclopedia of Integer Sequences (OEIS) costituisce la più grande raccolta di successioni di interi.

L'OEIS continua a crescere al ritmo di circa 10.000 nuove successioni all'anno:



La successione OEIS A000127 rappresenta il massimo numero di regioni che si possono ottenere tracciando tutte le corde che collegano ogni coppia di N punti appartenenti ad una circonferenza.
Oppure il numero di regioni formato da N-1 iperpiani in uno spazio 4-dimensionale.

Nel post di Popinga - Una sequenza che inganna – sono riportate le prime 6 figure.


Si capisce così che per N = 1 si ha un numero di regioni R = 1, e di seguito

N = 2          R =   2
N = 3          R =   4
N = 4          R =   8
N = 5          R = 16
 
però poi (e qui sta l’inganno) per  N = 6  si ha  R = 31  (non 32 come sembra logico).

Per i successivi valori di N, R assume i valori 57, 99, 163, 256, 386, 562, 794, …


Vorrei riportare qui altri esempi di “inganni” che con un po’ di pazienza potete trovare anche voi consultando l’OEIS.


Ad esempio la successione A004000:

RATS: Reverse Add Then Sortthe digits applied to previous term, starting with 1”.

 1, 2, 4, 8, 16, 77, 145, 668, 1345, 6677, 13444, 55778, 133345, 666677, 1333444, 5567777, 12333445, 66666677, …

che rappresenta i termini banali: 1 ; 1+1=2 ; 2+2=4 ; 4+4=8 ; 8+8=16 ; 16+61=77

continua poi con:  77+77=154  e riordinando in ordine crescente le cifre si ha  145 ;

quindi 145+541=686   cioè  668.  E così di seguito per il resto della sequenza.


Altre successioni interessanti sono l’OEIS A046127:

il numero di regioni in cui lo spazio può essere diviso da N sfere mutuamente intersecantisi”. 

2, 4, 8, 16, 30, 52, 84, 128, 186, 260, 352, 464, 598, 756, 940, 1152, 1394, …


 
http://mathworld.wolfram.com/SpaceDivisionbySpheres.html

 


O anche la sequenza:  2, 4, 8, 15, 26, 42, ... (OEIS A000125), che rappresenta

il massimo numero di regioni in cui lo spazio può essere diviso da N piani”.


In ognuno di questi casi la logica dei primi elementi viene presto “ingannata”.

Se poi volete approfondire l’argomento potete anche consultare il:


 

Inganni” o “illusioni” di altro tipo li abbiamo già visti nel post:


 

Vorrei ricordare anche la scultura in due parti creata da Claes Oldenburg e da sua moglie Coosje van Bruggen, Ago, Filo e Nodo.

 

 
L'opera è posta in piazzale Cadorna, davanti all’omonima stazione milanese

 

O l'inganno realizzato nel 2003 da Michael Elmgreen & Ingar Dragset, SHORT CUT, nell’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

http://www.fondazionenicolatrussardi.it/mostre/short_cut.html























 
 
 


martedì 18 agosto 2015

195. Consumo del suolo

Ogni volta che, dopo una forte pioggia, si hanno allagamenti e esondazioni, i telegiornali forniscono informazioni di questo tipo:
negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto a una media di 8 metri quadrati al secondo.”
La serie storica dimostra che si tratta di un processo che dagli anni cinquanta non conosce battute d’arresto; negli anni novanta la crescita era addirittura di 10 metri quadrati al secondo. La percentuale di suolo utilizzato è passata dal 2,7% del 1956 al 6,8% del 2010, con un incremento di 4 punti percentuali. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni.

 
In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8.000 km2 di consumo di suolo del 1956 a oltre 20.500 km2 nel 2010.

Un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano consumati 170 m2 per ogni italiano, nel 2010 il valore è raddoppiato, passando a più di 340 m2.

L’Italia ha una superficie di 301.328 km2. Il 23,2% è pianura, il 35,2% è collina e il 41,6% montagna. Per cui la superficie “consumabile” si riduce a poco più del 50%.
 


Un consumo di 8 metri quadrati al secondo corrisponde a 2 campi da tennis al minuto o 252 km2 all’anno. Questo significa che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze.
 

Wikipedia alla voce “Coste italiane” riporta:
“lo sviluppo costiero della penisola italiana e delle sue isole si aggira sui 7.458 km.”
Le isole contribuiscono con una buona percentuale.

Questo valore è almeno il 50% maggiore della distanza che si deve percorrere per andare da New York a Los Angeles o da Mosca a Lisbona, ma se paragonato a strade ed autostrade si possono fare interessanti considerazioni.
 
Lo sviluppo costiero è all’incirca uguale alla lunghezza della rete autostradale. Mentre è poco più di un centesimo della totalità delle strade.
Il Comune di Roma è molto esteso (quanto nove grandi città). Infatti, con i suoi 1.286 km2 amministra un territorio grande come quello di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania e Palermo messi insieme. L’insieme delle sue strade ha una lunghezza di circa 5.500 chilometri. Decisamente senza confronto rispetto ad altre città italiane (Bari 550 Km, Bologna 770 Km, Catania 600 Km, Firenze 750 Km, Genova 1.400 Km, Milano 1.500 Km, Napoli 1.090 Km, Torino 1.300 Km).





Il fatto che la totalità delle strade di Roma sia dello stesso ordine di grandezza dello sviluppo costiero italiano ha dell’incredibile e può in parte aiutare a capire come sia difficile prendersi cura del servizio della loro manutenzione.

Per concludere, vorrei citare un esempio abbastanza familiare.

L’isola di Manhattan (87 km2) è una piccola parte dell’intera New York (784 km2).
Le strade sono disposte a matrice: le Street orizzontali e le Avenue verticali.
Due Street e due Avenue definiscono un isolato (blocco).
In Manhattan ci sono 6.718 blocchi; un blocco standard è circa 264 x 900 piedi (80 m × 274 m), ma molti di questi hanno dimensioni inferiori.
 
 
 
 
Il numero di chilometri lineare delle strade è 814 km. Per l’intera New York si ha ancora un valore totale di chilometri paragonabile alla lunghezza delle coste italiane.
 
 
 
 
Tornando all’incipit di questo post, quello che non riesco a spiegarmi è il fatto che malgrado in Italia ci siano circa 58 milioni di abitazioni, praticamente una per ogni abitante, compresi i bambini ed inoltre da almeno un decennio sia in corso una forte deindustrializzazione, il consumo di suolo rimane praticamente costante. Forse, come suggerito da Renzo Piano, imporre il recupero delle aree dismesse (costruire sul costruito) è ormai diventato una necessità.
 
 
 
 
 

domenica 9 agosto 2015

194. Attraverso lo specchio


«È una marmellata ottima», disse la regina.
«Tanto oggi non ne voglio.», rispose Alice.
«Anche se tu ne avessi voluta, non avresti potuto averne», ribatté la regina. «La regola è marmellata domani e marmellata ieri, ma non marmellata oggi.»
«Ma prima o poi ci potrà essere marmellata oggi!», obiettò Alice.
«No.» replicò la Regina. «La marmellata c'è negli altri giorni; e oggi non è un altro giorno, come dovresti sapere.»
«Non vi capisco» disse Alice. «È spaventosamente confuso.» 

Lewis Carroll, “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò


Oggi parlerò di un posto dove nessuno è mai stato, in qualche modo ai confini della realtà, anzi oltre.
Malgrado non avessi ancora letto “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” quando avevo all’incirca dieci anni, mi capitava spesso di pensare queste stesse cose e di fantasticare se ci fosse “veramente” qualche cosa dall’altra parte e se fosse esistito un modo di passare dall’altra parte. La spiegazione che mi davo era che se si tentava di far passare qualche cosa dall’altra parte l’oggetto speculare ostacolava sempre il passaggio…
Come in Alice oltre lo specchio, quello che volevo capire era fino a dove si poteva “vedere” e quanto fosse “reale” quello che stava dall’altra parte.
Ma il concetto principale è capire che esiste una sorta di “indeterminazione”:


 

In seguito Alice continua con alcune interessanti considerazioni e riesce infine a passare dall’altra parte dello specchio:

“Credi che ti piacerebbe stare nella Casa dello Specchio, micino? Chissà se ti darebbero il latte anche là? Forse il latte della Casa dello Specchio non è buono da bere... Ma adesso, micino, arriviamo al corridoio. Se si lascia spalancata la porta del nostro salotto, si vede un pezzetto di corridoio della Casa dello Specchio; e quel pezzetto è proprio uguale al nostro, ma il resto potrebbe anche essere diverso. Oh, micino, come sarebbe bello se potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che ci sono tante belle cose là dentro!
Facciamo finta che ci si possa entrare, micino. Facciamo finta che il vetro sia morbido come un velo e che lo si possa attraversare. Ma guarda, adesso sta diventando come una specie di nebbia! Dev’essere facilissimo entrarci...
Alice si trovò sulla mensola del camino, mentre diceva così, sebbene non sapesse in che modo si fosse arrampicata lassù, e certo lo specchio cominciava a dissolversi, come una luccicante nebbia argentea. L’istante dopo, Alice passava attraverso lo specchio e vi saltava agilmente dentro. [..]
Poi cominciò a guardarsi intorno e notò che tutto ciò che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era completamente diverso. Per esempio, i quadri appesi alla parete accanto al camino sembravano vivi e perfino l’orologio sul caminetto (sapete bene che, nello specchio, se ne vede soltanto il dietro) aveva la faccia di un vecchietto e le sorrideva bonario.”

Lewis Carroll, da “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò
 



 
 
 
In un bel trattato che potete trovare qui, Odifreddi analizza in modo approfondito questo tipo di considerazioni e, tra le molte, una delle più interessanti è:

“Scendendo dal livello macroscopico a quello microscopico, l'equazione diSchrödinger mostra che ogni molecola può esistere in due forme (dette stereoisomeri) che sono una l'immagine speculare dell'altra: ad esempio, ci sono due tipi di zucchero, chiamati appunto destrosio e levulosio; e ci sono due tipi di morfine, uno dei quali è però completamente innocuo. La vita privilegia molecole, aminoacidi e DNA sinistrorsi, senza apparenti motivi ne’ a favore di questa scelta, ne’ contro quella opposta. Probabilmente, si tratta del risultato di un processo evolutivo che, a partire da un casuale inizio sinistrorso, ha lentamente preso il sopravvento ed esautorato l'alternativa destrorsa. Alice dubita, prima di passare attraverso lo specchio, che "forse il latte speculare non sarebbe buono da bere", e ha ragione: non solo avrebbe un gusto diverso, ma probabilmente non sarebbe neppure assimilabile. In un mondo di molecole destrorse, insomma, si morirebbe presto di fame.”

Oltre lo specchio le lancette dell’orologio girano in senso antiorario e i libri sono scritti all’incontrario. Però il tempo scorre come da questa parte, anche se un certo tipo di inversione temporale il reverendo Charles Dodgson (Lewis Carroll) l’aveva in mente: la Regina Bianca si ricorda il futuro ed il Cappellaio Matto è in prigione per un crimine che non ha ancora commesso.
E una volta arrivata dall’altra parte, Alice si accorge che molte delle “cose nascoste” sono effettivamente differenti, ma come detto all’inizio in questo posto nessuno è mai stato.

Anche in Fisica esistono “cose nascoste”, in questo caso, però, si è riusciti a capire cosa non si può conoscere o per meglio dire determinarne la misura.

Prima di proseguire devo raccontare un’altra storia.

 
Lo studio profondo della natura è la fonte
più feconda delle scoperte matematiche.
 
J. Fourier
 
 
Jean Baptiste Joseph Fourier nacque il 21 marzo 1768 ad Auxerre, antica cittadina collocata 150 Km a sud di Parigi.
Dopo la morte della prima moglie dalla quale ebbe tre figli, il padre Joseph si risposò e Jean Baptiste Joseph fu il nono dei 12 figli avuti dalla seconda moglie. Orfano di entrambi i genitori prima dei 10 anni, visse un paio d’anni con gli zii. Entrò nel 1780 alla Scuola Reale Militare, dove si formavano i futuri ufficiali dell’esercito francese. Studiò con passione di giorno e di notte, mettendo a dura prova la sua delicata costituzione (iniziò a soffrire di asma e insonnia), e nel 1783 vinse il primo premio della Scuola per il suo studio ‘Mécanique en général’.
Pensò di indirizzarsi verso la carriera ecclesiastica e, nel 1787, entrò come novizio nell’Abbazia Benedettina di St. Benoit-sur-Loire. In quegli anni era indeciso tra la vita religiosa e la ricerca matematica. Una sua lettera a Bonard, suo professore di Matematica ad Auxerre, fa tuttavia pensare che preferisse la ricerca matematica: ‘ieri ho compiuto 21 anni, a quest’età Newton e Pascal avevano già raggiunto l’immortalità’. Non prese i voti religiosi, forse per sua scelta, forse perché nel frattempo era scoppiata la Rivoluzione Francese con conseguente soppressione degli ordini religiosi. Tuttavia l’esercizio della vita monastica ebbe una notevole influenza sul suo stile di vita, e forse fu uno dei motivi per cui non si sposò. Dopo un anno di insegnamento della filosofia nel collegio parigino di Montaigu ritornò ad Auxerre dove, nel 1790, divenne assistente di Bonard nella stessa Scuola dove aveva compiuto gli studi.
Nella primavera del 1793, favorevole alle idee della Rivoluzione, iniziò a perseguire ideali politici. Aderì alla ‘Société Populaire’ di Auxerre e fu nominato in seguito membro del locale ‘Comité Révolutionnaire de Surveillance’, una sorta di polizia segreta. La sua coraggiosa condanna dei soprusi perpetuati da parte di un temuto rappresentante del popolo, gli attirò l’odio degli avversari politici. Volle andare di persona a Parigi per difendere tre padri di famiglia, vittime del terrore ad Orléans, di fronte allo stesso Robespierre. Probabilmente non lo convinse, dato che il 4 luglio 1794 fu arrestato, ma liberato il 28 per l’amnistia generale seguita alla caduta e morte di Robespierre.
Intanto era stata istituita a Parigi l’Ecole Normale, con l’intento di preparare i futuri insegnanti e Fourier fu scelto per seguire i corsi di Lagrange, Laplace e Monge.
Nel settembre 1794 fu nuovamente arrestato con l’accusa di essere stato un seguace di Robespierre. Si proclamò innocente nelle sue lettere dal carcere, e fu rilasciato senza essere neppure interrogato, non è chiaro se per intervento di Laplace, Lagrange o Monge, o per l’avvento di Napoleone.
Non è semplice delineare in poche righe la vita di Fourier. Fu di volta in volta professore, Governatore d’Egitto, Prefetto di Francia, amico di Napoleone.
Fu anche per molti anni Prefetto del Dipartimento di Isère. Questo ruolo lo costrinse a vivere, con sofferenza, lontano dal mondo scientifico parigino, costantemente impegnato a risolvere problemi burocratici e amministrativi. Fu solo con la caduta di Napoleone che cominciò la sua vita di scienziato e matematico a tempo pieno. Finalmente trasferito a Parigi e con un lavoro di scarso impegno in termini di tempo, poté finalmente redigere il trattato che lo rese poi celebre: ‘La teoria analitica del calore’. Nell’opera vengono introdotte tecniche matematiche per determinar le caratteristiche e le variazioni dei vari coefficienti. Fourier fece infatti uso di serie trigonometriche e della celebre trasformata, ancora oggi di fondamentale importanza in svariati campi, dalla musica, alla medicina, alla cristallografia, alla radioastronomia e alle telecomunicazioni.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita in precarie condizioni di salute, probabilmente a causa dell’ipotiroidismo, malattia contratta sin dai tempi dell’Egitto. Tutta la sua opera fu in realtà pionieristica, e oggigiorno è considerato il padre dell’analisi armonica.
Morì a Parigi a 62 anni, il 16 maggio del 1830, per un attacco cardiaco.
 
In matematica, in particolare in analisi armonica, la Serie di Fourier è una rappresentazione di una funzione periodica mediante una combinazione lineare di funzioni sinusoidali fondamentali. E’ quindi comprensibile lo scetticismo dei matematici contemporanei di Fourier. Egli affermava in sostanza, al contrario di quanto sosteneva l'Analisi Matematica, che una funzione discontinua potesse essere ottenuta come somma di funzioni continue, di sinusoidi appunto. Nasceva l’Analisi non Differenziabile. La scoperta coinvolse i maggiori matematici della prima metà dell’Ottocento; ad esempio, Lagrange nel 1807 non permise la pubblicazione del lavoro originario.
 
 
 
 
Il passaggio dalla serie all’integrale è la generalizzazione alle funzioni non periodiche; considerando infatti l’intervallo di periodicità come un piccolo intervallo oltre il quale la funzione si ripete in maniera identica, si può intendere una funzione non periodica come caso limite di una funzione periodica di periodo infinito. Per le funzioni non periodiche, gli ‘spettri a righe’ diventano ‘spettri continui’.
L’uso della trasformata consente di vedere un segnale come una sovrapposizione di infinite sinusoidi, con la conseguenza che per determinare come un sistema reagisce ad un dato segnale è sufficiente conoscere come reagisce alla generica sinusoide che compone il segnale e sommare poi i risultati parziali.
Essendo continua, la Trasformata di Fourier (FT) non è completamente gestibile da un calcolatore che, ovviamente, può trattare solo un numero finito di dati. Si utilizza quindi la procedura nota come ‘campionamento’ del segnale, che consiste nel prelevare il segnale solo in un numero finito di istanti, ad esempio ogni 0.1 msec.
Per questo nacque la Trasformata Discreta di Fourier (DFT) con il duplice obiettivo di definire una trasformazione che approssimasse il più possibile la FT e garantire che tale trasformazione fosse eseguita da un calcolatore.
Senza entrare troppo in dettaglio, si può dimostrare che è possibile esprimere gli spettri sotto forma dei parametri della DFT; tali spettri sono ovviamente a frequenza discreta.
Dalla seconda metà dell’Ottocento e per circa un secolo il problema dell’applicazione della trasformata di Fourier apparve associato al tempo di calcolo; la DFT richiedeva infatti un tempo altissimo, finché Runge nel 1903 descrisse per la prima volta la Trasformata Veloce di Fourier (FFT). Danielson e Lanczos nel 1942 ridussero ulteriormente il numero delle operazioni, partendo dall’osservazione di alcune simmetrie e periodicità. Ma la FFT divenne realmente popolare solo nel 1965, dopo che J.W. Cooley dell’IBM e J.W. Tukey dei Laboratori Bell Telephone di Princeton inventarono un algoritmo molto efficiente per il calcolo della DFT. Sembra che di fatto l’algoritmo fosse già stato scoperto e usato da Gauss nel XIX secolo.
Senza soffermarsi sui dettagli, il grande vantaggio è, che passando dalla DFT alla FFT, il tempo di calcolo divenne proporzionale non più a N2 (N ricordiamo è il numero di campioni), bensì a  N ln(N), con notevole vantaggio al crescere del numero di campioni.
 


Chiusa questa lunga parentesi torniamo alle “cose nascoste”.

Nel 1927 Werner Heisenberg riuscì a risolvere il problema con il suo Principio di indeterminazione:

In meccanica quantistica il Principio di indeterminazione di Heisenberg è un costituente fondamentale della teoria e stabilisce i limiti nella conoscenza, o determinazione, dei valori che grandezze fisiche coniugate assumono contemporaneamente in un sistema fisico.

Nella forma più nota viene espresso dalla relazione:


Nell’ambito della realtà formulata dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo.

In termini più generali, quando due grandezze fisiche, dette osservabili, non possono essere misurate entrambe nello stesso momento sono dette incompatibili.

Esempi di coppie di osservabili incompatibili sono:

·         posizione e velocità in una determinata direzione,
·         intervallo di tempo di un fenomeno e la sua variazione di energia,
·         componenti del momento angolare. 

La misura di ogni singola grandezza, può comunque essere determinata con precisione arbitraria.
Il prodotto delle incertezze di due misure incompatibili non può essere inferiore alla costante di Planck  h.
Mentre il principio di indeterminazione non si applica a tutte le possibili coppie di osservabili.
Ad esempio è sempre possibile, in linea di principio, misurare posizione e carica elettrica contemporaneamente e con precisione arbitraria. In maniera analoga, mentre il principio di indeterminazione si applica alla misura di  x  e della componente della quantità di moto lungo  x, questo non si applica alla misura contemporanea di x  e di  py.
Prendiamo come esempio una sinusoide di frequenza 3/T, troncata per un periodo lungo T (3 periodi della sinusoide).
 
 
 
Se la frequenza fosse 1000 Hz, T sarebbe 3 millisecondi. Ma essendo una sinusoide troncata, non sarebbe una sinusoide “pura”, cioè 1 sola frequenza; sarebbe invece la somma di uno spettro continuo di sinusoidi con varie frequenze di ampiezza differente. Facendo tendere all’infinito il valore di T, si ottiene di far tendere a zero l’intervallo delle frequenze, cioè ci si avvicina maggiormente al valore ideale di un’unica frequenza (delta di Dirac).

Lo strumento matematico comunemente utilizzato per eseguire questo tipo di analisi è la “trasformata di Fourier” vista in precedenza. Il motivo della vasta diffusione risiede nel fatto che si tratta di uno strumento che permette di scomporre un segnale generico in una somma infinita di sinusoidi con frequenze e ampiezze diverse; e successivamente permette di ricostruirlo tramite la formula inversa (antitrasformata). L'insieme di valori in funzione della frequenza, continuo o discreto, è detto spettro di ampiezza.

Per ora possiamo fermarci qui e magari riprenderemo qualcuno di questi argomenti in qualche post futuro. In questo caso si è parlato di Alice, di Fourier e del principio di indeterminazione. Forse si potevano fare 3 post o magari approfondire gli argomenti trattati; ad esempio la radioastronomia citata prima o gli spazi di Hilbert L2, che, un secolo dopo, riuscirono a fornire il corretto ambito in cui collocare i lavori di Fourier.

 
 

Anche Marylin Monroe in un’intervista espresse un concetto che aveva una certa relazione con l’indeterminazione:

Mi è capitato spesso di finire su un calendario. Ma mai per una data precisa.”